martedì 14 gennaio 2014

Parsifal secondo Castellucci ovvero l'elogio di un dramma

Quanto questo Parsifal entrerà nel vivo della critica teatrale italiana, quanto e se farà scuola o tenderà a innovare il teatro d'Opera, sarà la storia dirlo.
Certo é che il Wagner secondo Castellucci, é un qualcosa da provare, un qualcosa nel quella immergersi, come ci si immerge nella meditazione trascendentale, concentrandosi su le visioni mentali che lo spettacolo offre, e annullando qualsiasi spiacevole disturbo del pensiero. La rivincita del dramma, la sublimazione della messa in scena, la magia dello stupore. Il rispetto dello spettatore, in quanto essere pensante, in quanto spirito in cerca di suggestioni, in quanto attivo e partecipe nell'assegnazione del significato.
Nel grande sipario iniziale, è impressa la storica foto di Nietsche pensante e con gli occhi sbarrati, si apre già dall'ingresso in sala, l'omaggio all'ultimo capolavoro al testamento artistico di Wagner, quasi a far comprendere subito la sacralità dissacrata, e l'eterna lotta tra sacro e profano, mentre un pitone si contorce nell'orecchio dal  filosofo ormai immerso nella pazzia, cui proprio questo Parsifal diede il la.. 
Il passaggio storico del pensiero filosofico in cui l'uomo che per primo volle sfidare il sacro senno, nell'affermare che Dio é morto, il filosofo che trasportò il romanticismo di Schopenhauer nella psicanalisi di Freuad e di Jung, che venne meno nel lucido pensiero, nella razionalità della logica, per cedere all'ignoto della pazzia, la conversione conclamata al cristianesimo di Wagner nel voler rappresentare il Parsifal cavaliere solitario del sacro Gral, fu un colpo intenso e logorante per il  Nietsche amico di una vita , come poteva il più grande compositore vivente cedere al potere " accasciato ai piedi della croce" cedere ad una trascendenza fasulla stereotipata dal mito di un templare.
E così già dalla lunga e intensa overture, lo spettatore é immerso nella sacralità del Parsifal. Lo spettacolo é un implosione del cosmo, una preghiera al castigo, una ricerca del senso di un limite ascetico, una critica sfiduciata all'individualismo, al post modernismo, al consumo onnivoro di pensieri e di riferimenti culturali, di bottiglie e cartacce e spazzatura che é ultima rimanenza sul palcoscenico che fu, del "modo giovane e forte odorante di sangue fertile". Una Divina commedia post moderna e scritta al contrario, in cui si passa dal paradiso con un chiaro simbolismo del Nirvana (la natura), al purgatorio ( limbo mentale di un bianco tagliente) all'inferno, (la città). Una messa in scena che riconosce a Wagner la sua caratterizzazione drammatica, unico -tra i grandi- compositore e scrittore dei libretti delle sue opere, gli riconosce la potenza della messa in scena, l'introspezione psicologica, di cui il compositore fu precursore anche della psicologica stessa, gli riconosce una lettura più elevata, che va ben oltre la conversione al cristianesimo - le croci sono le grandi assenti dello spettacolo - volgendosi direttamente verso il cosmo in chiave buddista o taoista, riconosce del testo il sacro quanto il pagano, in cui per molti secoli anche il sacro calice é stato visto

La natura iniziale florida e in movimento, di luce investita, accoglie il primo atto, i personaggi sono natura, sono alberi piante, nirvana allo stato primitivo, Kundry elemento stridente in bianco aureo si aggira nella foresta come una particella di energia, Ermenide e Maddalena al contempo, ne rappresenta l'essenza. Tutto è destinato a implodere nel buco nero della ferita inguaribile del mondo, tutto - sapientemente rappresentato in un'arte  scenica sublime - si intensifica a tal punto da svanire, mentre urla il suo dolore Hamfortas strappandosi i tessuti, fino alle ossa, e ancora oltre, fino al nero iniziale, rappresentando la natura che si riprende se stessa, priva il mondo della sua luce e svanisce nel nulla. 
Emerge solo nel secondo atto l'estetica della Societas, seppur trattenuta nella sua espressione di pura fisicità squarciata nelle più conosciute e classiche rappresentazioni di Castellucci, l'estetica del subcosncio emotivo, emerge, e sembra avere pasoliniani influssi, quelli di "Salo e le 120 giornate di Sodoma", appesi i corpi nudi  delle donne trascinate a atterra e legate e girate vorticosamente, quasi a rappresentare il castigo del peccato, mentre Kundri con il braccio avvolto di un pitone, rimanda al peccato nella sua prima rappresentazione di donna e di serpente, il limbo della mente e della psiche è rappresentato da una distorta e sovraesposta  visone, il dubbio è immerso nella luce. Il bacio di Kundry avvolgerà Parsifal dandogli la consapevolezza e la trascendenza, la sopraffazione del desiderio, la castità aurea del non dover cedere e di imporsi e limitarsi nel ricercare un ascetica redenzione. La luce de secondo atto sfocerà nel buio inteso del terzo atto fatto nel deserto metropolitano, in fila e in viaggio andando costantemente avanti senza meta, senza domande ne tantomeno risposte, un credere senza se e senza ma, una religione individualista, fatta di miti effimeri, cemento, folle, crudeltà del post moderno, incomunicabilità, assenza.

Tutto questo è il Parsifal secondo Castellucci.


Va dato merito a chi (il direttore artistico del Teatro Nicola Sani e l'assessorato alla Cultura di Bologna Alberto Ronchi) per la prima volta porta in un Teatro d'Opera italiano, una vera e forte innovazione del linguaggio, dando vigore e  non limitando le visioni degli artisti, l'Opera italiana, ha un enorme bisogno di questo tipo di esperimenti, la messa in scena di Catsellucci, è anni luce dalle pur molte e spesso insignificanti chiavi di lettura contemporanee, dei registi alla Micheletto che non si impongono con sufficiente spessore ai grandi titoli che vanno a rappresentare. Con Parsifal il Regista, entra a pari titolo nella lettura di un Opera epocale, non ha timidezza, ha rispetto e riverenza, ma è in primo piano, non ha tremori e paure nel poter dire quello che sente.
Altre messe in scena come la Carmen di Emma Dante messa in scena alla Scala, avrebbero potuto avere la stessa riuscita, perché avevano le stesse condizioni di partenza, ma "non si può normalizzare Emma Dante" come è successo alla Scala, e Castellucci non sì è fatto normalizzare, forse perché lo spettacolo nasce nel 2011 a Bruxelles sostenuto Frie Leysen personalità tra e più importanti del teatro europeo direttrice del Kunsten Festivaldes Arts e del Theater der Welt 2020/Ruhr. Aspettiamo con ansia altre scelte di questo tipo, magari con produzioni che nascono italiane, e  delle quali l'Italia molto avrebbe da spendere, vista la buona presenza di compagnie di innovazione e ricerca teatrale (molte delle quali legate al Festival Sant'Arcangelo Teatri), che piuttosto che andare alla disperata ricerca di sostegni per sopravvive, dovrebbero essere portate sulla ribalta dei grandi teatri, per poter finalmente rinvigorire un panorama teatrale classico, che arranca e manca di creatività.

Renè Valenzia







lunedì 23 dicembre 2013

I vecchi e i giovani, ovvero: Taddei tra vecchia economia e dolcestilnovo

 Ricordo un incontro al circolo Pass Partout in via Galliera a Bologna, uno storico circolo dalemiano di quella Bologna che ha seguito e determinato le varie e innumerevoli trasformazioni della sinistra italiana, che una volta era il PCI. Lo ricordo come un momento emblematico di una transizione sofferta ,era il momento in cui gli ex Ds del Pd provarono con Bersani a rimanere se stessi, sembra passato un decennio eppure era un anno e mezzo fa, oggi l'atmosfera in casa Pd è indefinita tra il giovanilismo e una sorta di voglia di partecipare ad ogni costo, solo per il desiderio di essere attori in pol position, senza di una chiara meta essere coscienti, se non del governare fine a se stesso. Non vedo ombra di visioni, di idee, non vedo collocazioni, nè vedo confini, non vedo quello che é giusto e quello che é sbagliato, non vedo molta differenza tra Renzi e Grillo. Vedo  molte analogie invece, l'insostenibile voglia di rottamare, l'arguta e opportunista franchezza mediatica, il mettersi a disposizione del tormentone di turno, assecondando le istanze in grado di portare consenso, solo per l'utilità, per il ritorno. Vedo la caduta libera delle idee con la stigmatizzazione dell'ideologia, che ha generato mostri a facce pulite, propensione al leaderismo tout court, mancanza di autonomia decisionale. Al circolo Pass Partout in quel di Galliera nel 2013, si proponevano lezioni di politica, come se questa potesse essere insegnata, dispensata a chi ne voglia fare uso e consumo. La lezione che andai a vedere, era tenuta da un giovane, mio coetaneo, Filippo Taddei si chiamava.  Ci andai per curiosità, perché avevo sentito parlare di Filippo a proposito di una bella iniziativa organizzata a Bologna nell'autunno del 2011 con Pippo Civati e Deborah Serracchiani. Da un pó mi dilettavo in letterature di pensiero economico, avevo alcuni maestri di riferimento come il professor Giovanni Arrighi della Jonh Hopkins autore di uno splendido libro dal titolo "Adam Smith a Pechino", un testo utile a districarsi in questa molle e opinabile materia che é l'economia contemporanea, una disciplina che ho imparato a capire, una disciplina che si fa di tutto per renderla dura e scientifica, ma che in fondo non risulta più incerta delle altre, cosiddette sociali e molli. Non che sia un esperto, la mia  é una formazione umanistica, ma dal 2007 in poi, avevo preso a leggere una serie di testi che mi hanno aperto un mondo, come  "la conoscenza e la ricchezza delle nazioni. Storia di un indagine economica"  di David Warsh  o il bellissimo "L'enigma del capitale e il prezzo per la sua sopravvivenza" di David Harvey . Anche Taddei proveniva della Jonh Hopkins e decisi dunque di andare, convinto che insomma sarebbe stata una buona occasione per capire che pensiero economico gira intorno al PD. Arrivato mi sedetti in mezzo a una decina di trentenni, post laureati e in cerca di autore, pieni di quadernoni, e cellulari, e tablet, ecc. alcune altre persone sedute sparigliate, il tutto in una saletta un po' cupa. Dietro di me, un po' in disparte, una presenza mi metteva un po' di soggezione, si trattava di un signore sulla settantina, capelli bianchi lunghi, statura media, occhiali. Aveva un atteggiamento sornione, sicuro di sé,  si atteggiava e un po' si dimenava inquieto sulla sedia, con quel fare tipico di chi vuole essere notato. Mi dava una strana sensazione di controllo, o quantomeno di valutazione. La lezione era lì per iniziare, quando il giovane relatore si avvicina al personaggio dai capelli bianchi, e come chino su un confessionale, annuisce con la testa... Poi lo saluta, dicendogli " non si preoccupi professore! ". Probabilmente sbagliandomi, mi dissi che insomma forse Taddei Assistant Professor alla Jonh Hopkins,  subiva la fascinazione intellettuale del professore, e magari forse ne subiva anche gli obblighi contrattuali in scadenza. Iniziò la dissertazione dell'economista, rappresentata molto bene e in maniera molto efficace con una serie di slide.
L'esposizione riguardava il sistema macroeconomico, di due grandi aree l'Europa e gli Stati Uniti, analizzava le pecche dell'Italia, e studiava i motivi del perché la Germania oggi é così forte. Un efficace e convincente esposizione, tradiva però le mie aspettative iniziali, per le quali, forse un po' ingenuamente, mi sarei aspettato di sentire in un circolo storico del PD bolognese, un economista che avesse avuto un taglio social. Credevo, sbagliandomi che, il riferimento a Keynes delle premesse di presentazione della serata, fosse in un senso di riscoperta, una chiave di letturaper un possibile ritorno ad un'economia con un forte input statale. Mai impressione era stata più tradita... l'impostazione era totalmente liberal, con un forte approccio monetarista di stampo fredmaniano, e con un esaltazione delle politiche statunitensi dell'intervento diretto della Fed sull'economia. Insomma poco e nulla c'era di sinistra in tutto quello che stavo ascoltando. Mentre ascoltavo pensavo a come poteva essere stato possibile che il socialismo, che in tutta Europa esiste per dignità propria, in Italia é invece ridotto a un complesso di inferiorità, tale da mettersi continuamente e talmente in discussione, da finre per sposare tesi opposte agli assunti iniziali di partenza. Come se un tifoso romanista, nello sforzo di farsi autocritica, finisse per tifare per la Lazio. Insomma, Taddei stava presentando un discorso che trova i suoi fondatori ideologici e attuatori pratici nella scuola di Chicago, negli ex presidenti della Fed come Greespan, nell'oggettovismo di Ayn Arend, la quale tra l'altro ha avuto illustri seguaci di pensiero, fondatori dell'anarco capitalismo, ma non voglio estremizzare. Taddei stava esaltando le potenzialità del privato in una coalizione che allora si chiamava Italia Bene Comune. Io ero incredulo, così quando il giovane relatore fece una domanda al pubblico chiedendo come mai negli anni '80 il debito pubblico italiano avesse preso una curva esponenzialmente in salita, alzai la mano, e dissi che secondo me la causa andava ricercata nella scissione obbligata che l'Italia dovette fare agli inizi degli anni '80 tra la Banca d'Italia e il Mnistero del Tesoro, scissione che portò a una speculazione sui titoli di stato e a un aumento incontrollato dei tassi di interesse. Qualcuno alla mia destra disse bravo, mi sentì per un attimo sollevato, per cadere subito dopo in una strana sensazione di disagio, come se d'un tratto fossi stato l'intruso di Sel in un incontro del PD (quello senza più la S), i trentenni mi guardavano un po' basiti, e il relatore, con un sorriso un po' sprezzante rispose "grande!" Come a dire... ma che parlai a fare? Disse che non è così che il debito é aumentato per l'aumento esponenziale della spesa pubblica, per la grande industria di matrice statale IRI sprecona e infruttuosa, per l'assistenzaliemo, e per il governo ladro aggiungo io. Chiaramente molte delle variabili esposte da Taddei erano veritiere, ma quello che lui non disse in quell'occasione, é che il debito pubblico agli inizi degli anni '80 era calmierato dalla fusionie tra Bankitalia e Ministero del Tesoro tale fusione garantiva tassi d'interesse bassissimi, difatti i buoni del tesoro messi sul mercato delle aste, partivano da tassi bassi e nel caso in cui non si trovassero acquirenti privati a quei tassi, si fissava un tasso massimo oltre il quale subentrava spesso Bankitalia a comprare, evitando la salita speculativa. Quando nell'81 sulla spinta della politica economica di Milton Freedman dal presidente Regan e la Signora Tacher, l'Italia fu obbligata a scorporare il Ministero del Tesroro da Bankitalia, inizió la perdita del sovranità monetaria del Bel Paese, subito seguita da una speculazione sui tassi d'interesse delle banche private che in breve tempo fecero schizzare i tassi di svariati punti percentuali. La mia osservazione dunque fu respinta in quanto non utile allo sviluppo della tesi, ma bonariamente, mi si passò il fatto (relativamente grave) di essere intervenuto su una tematica data a pochi eletti, con il buonismo che si riserva agli studenti che stanno ancora imparando. Il tipo dai capelli bianchi dietro di me era però visibilmente contrariato dalla mia presenza, iniziava a non farsene una ragione. La dissertazione continuava, e più continuava, più mi renedevo conto che quella era una relazione che non poteva avere senso in quella sede, Taddei, nell'attaccare l'austerithy tedesco, (gioco facile) esaltava la politica della liquidità della Fed americana nonostante fosse chiaro dal grafico  che mostrava che il debito pubblico americano era schizzato di 30 punti percentuali in pochi anni, nonostante oggi in America stia succedendo quello che negli anni '80 é successo in Italia, con un debito
 che naviga ben oltre il 100% del PIL e che più va avanti più mina la solvibilità/affidabilità degli Stati Uniti. Quello che Taddei non diceva, é che quella politica Keynesiana, che iniettava forti quantità di liquidità nel sistema (esattamente come sta accadendo oggi con la Fed che stampa 80 mld € al mese) dando in mano all'autorità statale la responsabilità la discrezione e l'onere dell'intervento, spesso su grandi investimenti pubblici, che determinavano effetti anticiclici sulla crisi, quella politica ha risollevato l'America della grande depressione, ( i documentari di Lorenz sono emblematici ) e l'Europa dal dopoguerra con il piano Marshall. Quella politica, oggi é usta allo steso modo, ma con un diverso fine e un diverso modo, oggi gli Stati Uniti stampano moneta che nasce privata, e che viene circolata, veicolata, gestita, da strutture bancarie private, le quali più che investire negli effetti anticiclici di cui sopra, investono in finanza, in titoli, in indici, in Swap, nel denaro fasullo che ne genera altro. Quello che Taddei non dice, e che una sovranità di un Europa Unita a livello economico e politico, dovrebbe portare liquidità nei Ministeri e nelle Regioni, che decidano di investire sui territori, sulla messa in sicurezza dello smottamento del territorio, sulla riqualificazione energetica, sulla Cultura, creando lavoro impresa e occupazione, con un tipo di investimento che riduce al giusto e non all'oltremodo alla rendita e al profitto. 
Quello che Taddei non diceva, era molto più importante di quello che invece stava dicendo, e visto che si ha peccato "per pensieri, parole, opere e omissioni" le omissioni determinano una culpa, per la quale la mia fiducia al nuovo responsabile economico del PD é negata. Ben altro mi starei aspettato in quella sede, non il più classico dei disegni politici lobbisti delle ristrette cerchie di alcune illustri facoltà statunitensi, dove i professori di nome, altro non fanno che legittimare gli interessi delle banche d'affari che li pagano in maniera diretta nella varie conferenze e consulenze retribuite a centinaia di migliaia... Ma in fondo Taddei fa l'assistente di un professore alla Jonh Hopkins famosa scuola statunitense, nulla c'é di strano se il rampollo rappresenta il modello made in Italy che i professori alla (estremizzo) Larry Summers & Goldman Sachs rappresentano oltreoceano. Fa tutto parte di quello strano servilismo accademico a servizio del capitale economico/finanziario che per essere legittimato ha bisogno di teorie ad hoc vendute come scienza, ma che altro non sono che una claque di bassa lega in un Teatro delle parti, come ben riportato nel film Inside Job che proprio in quei giorni mi accingevo a presentare alla Cineteca di Bologna in una serata promossa da Sel Bologna.

 Il problema però, non era il relatore, dal quale potevo aspettarmi legittimamente quel punto di vista, il problema era la platea, un pubblico di giovani che tra Occupy Pd, rottamatori, aggiustatori, giovani democratici, stelle dell'avvenire, il mondo che verrà e chi sa quale altra diavoleria...  era una platea  entusiasta che non poneva domande, se non domande compiacenti. Ero totalmente sfiduciato, così alla fine, quando chiesero se c'erano considerazioni da parte del pubblico intervenni nuovamente... Ci fu un silenzio da memorie del sottosuolo, ma io ero come il protagonista di Dostoevskij assillato dal mal di denti, dovevo fare qualcosa. Intervenni, chiedendo senza mezzi termini, se avevo sbagliato sede di partito, come poteva essere possibile che in quella sede, si portassero avanti tesi del genere, lontane dal pensiero social democratico. Il professore dietro di me iniziò a mugugnare e a emettere strani versi, era teso, ed ero un po' preoccupato, mi aspettavo che da un momento all'altro stramazzasse al suolo visto che era diventato viola. Venni bruscamente interrotto dalla domanda di un altro trentenne pseudo clone in giacca e riga laterale dei capelli, diligente e ordinato, credo che fece una domanda sull'Imu, qualcosa del genere. Ero preoccupato per il professore, quando intervenne nuovamente Taddei per chiudere la lezione, rispondendo un po' a tutti, su di me disse che ero poco informato, che portavo avanti tesi sbagliate, che l'impero del male era vicino, che non è così che funziona, mi disse che il concetto di socialdemocratico non  esiste, insomma mi facevo troppe pippe. Eppure avevo citato Keynes, Schumpeter, che erano degli economisti occidentali, insomma dei liberali… ero convinto di essere spoglio da ogni peccato. Invece no,  il pacchetto andava preso così com'era, senza osservazioni, altrimenti la Jonh Hopkins non avrebbe più patrocinato. Dovevo uscire, non aveva senso restare lì, ma prima di prendere la via dell'uscio, volli togliermi la soddisfazione di stringere la mano a Taddei per dirgli solo due cose, mi avvicinai, lo salutai, in fondo era bravo e simpatico, ance se parziale, sorridendo gli dissi - Mi avevano detto che avevi organizzato le due giornate con Pippo Civati qui a Bologna, ma ti riscopro molto renziano… - intanto il Presidente di circolo, bersaniano, se al rideva sotto i baffi, lui mi rispose - Si le ho organizzate io, sono un sostenitore di Pippo - ed io sempre sorridendo  - ma hai fatto un discorso alla Renzi/Zingales, come è possibile? Civati non è quello di Occupy Pd? come Occupy Wall Street? -  e lui - secondo me non conosci abbastanza Civati -.

Eh si! li me ne resi conto, non conoscevo abbastanza Civati. Oggi posso dire di conoscerlo, e certo non ha nulla di attraente per un social-democratico démodé, forse la faccia giovane e la barba incolta, forse basterà a qualche ragazzina… o alle televisioni in cerca di immagini per la pubblicità. 

In bocca al lupo a Filippo Taddei, buon lavoro.

venerdì 22 novembre 2013

Effetti Strategici della Cultura, tra Formazione e Produzione

I'Incipit di partenza degli incontri sulla produzione culturale che si stanno svolgendo in questi giorni alla facoltà di scelte politiche, é alla ricerca delle ragioni il più possibile oggettive, del perché Bologna non abbia sviluppato un comparto culturale competitivo a livello nazionale ed europeo , nonostante abbia avuto da sempre le condizioni di partenza per poterlo essere a tutti gli effetti.

In queste condizioni di partenza, rientra sicuramente il fatto che la città d'indole dotta e universitaria, dispone di un'ampia platea di studenti di cui una cospicua parte studiano materie umanistiche, inoltre storicamente la città é aperta al multiculturalismo, caratteristica insita nella sua posizione geografica di crocevia tra nord e sud Italia e nella sua forte attrazione di studenti stranieri Erasmus nonché nella numerosa presenza di immigrati, un altra condizione favorevole é sicuramente il fatto che la città (almeno finora) è storicamente una Città che gode di un economia florida basata sul manifatturiero sull'agricolo e su un modello di produzione cooperativo che si é notevolmente sviluppato.

Ciò detto la città nel comparto culturale risulta fortemente improntata alla distribuzione all'importazione di spettacoli e opere d'arte e a una musealizzazione di fondo.

La produzione é di poco o conto quando non inesistente, comunque non significativa, sembra non vi siano le caratteristiche per la generazione di contenuti, che in genere si riscontrano nella propensione all'innovazione alla ricerca e alla vivacità culturale e nella disponibilità di capitale economica e sociale in grado di investire nella produzione culturale.

In verità come abbiamo detto le caratteristiche ci sarebbero eccome, forse però bisognerebbe interrogarsi sull'eventualità che scelte politiche di tipo strategico, abbiano reso impossibile il proliferarsi di nuove proposte e contenuti.

La questione studentesca e contestatrice. Effetti storici delle scelte politiche sul comparto artistico culturale

Le ragioni del perché a Bologna non si è sviluppato il lato culturale di produzione, come insito nella sua stessa caratterizzazione studentesca e dunque creativa di contenuti, potrebbero in parte essere ricercate in alcune decisioni sbagliate sul piano amministrativo, che negli anni la città ha assunto.

La storia contestatrice della figura studentesca, quella dei collettivi che dal ’77 arriva aggiorni nostri ,traghettata dagli anni ’90 - che in questo periodo sono stati a Bologna molto attivi - ai primi anni 2000, è una storia segnata da molte "esternalizzazioni culturali”, ripetutesi a cadenza quinquennale e caratterizzandosi come scelte di tipo conservatore.

Negli ultimi vent’anni una serie di attività prolifiche legate al collettivismo, centri di aggregazione socio-culturale, si sono posizionati in zone strategiche della città, la bolognina con ill Link, Via Irnerio con il Teatro Polivalente Occupato, alla fine degli anni ‘80 la stessa Via Indipendenza era occupata dai collettivi con l’Isola nel Cantiere, un centro che ha svolto la sua attività nel cantiere dell’Arena del Sole, recentemente il Bartleby in via Capo di Lucca prima e San Petronio Vecchio poi.

Queste esperienze si sono espresse in forme di auto gestione e di autoproduzione, hanno immesso contenuti nuovi in forme nuove, nella cultura prodotta a Bologna in quegli anni. Strutture, nate dallo spontaneismo ed estremamente attive e propositive sul piano dei contenuti culturali, offrivano letture del loro tempo spesso anche di opposizione e incomprensione verso il sistema socio politico, i contenuti si esprimevano in varie forme, spesso musicali, ma anche di teatro sperimentale e cinema indipendente. L’attività di questi centri di produzione è stata in grado di creare opere significative e di diffonderle anche in altre zone del paese con gli studenti fuori sede, che spesso erano i creatori stessi delle opere.

Dopo pochi anni di attività questi centri vengono spostati in altre zone della città, per lo più nell’aria industriale, di fatto decretandone la fine sociale e culturale, snaturandoli dalla loro funzione di produttori e trasformandoli in locali atti soprattutto a concerti o dj set, luoghi in cui si sono insinuate presto dinamiche commerciali improntate all’industria della distribuzione.

Queste scelte furono fatte esclusivamente sul piano politico, verso una tipologia di città che si immaginava più sul piano urbanistico tecnico e infrastrutturale, che su un centro di produzione culturale che potesse emergere in ambito europeo. Quelle scelte non sono state in grado di cogliere la complessità/potenzialità di una città fortemente creativa di contenuti nuovi e rilevanti nel panorama nazionale. Questo è uno dei motivi più forti per il quale oggi viviamo una situazione di stallo culturale nella città che fatica a recepire nuove proposte e soprattutto a incentivarle. 

La stessa ragione per la quale non Bologna non è paragonabile alle capitali europee della cultura come Berlino o Barcellona, pur avendone tutte le carte in regola per poterlo essere.


L'eterna illusione del marketing culturale

La miopia della classe dirigente e il localismo storico del management della città hanno poi disatteso ogni più esile aspettativa. La città manca totalmente di un ottica imprenditoriale negli investimenti in produzione culturale, le grandi imprese pur presenti nel tessuto produttivo bolognese ed emiliano, sembrano non tenere conto dell'esistenza del settore culturale, anche la politica economica adottata dalle attività produttive della Regione o dal Comune, le imprese/enti che gestiscono i comparti della cultura in Città e in Regione sono inquinate da un atteggiamento di fondo poco propenso all'innovazione, atto a veder questo tipo di investimenti, alla stregua di donazioni di beneficenza. 
Il legame tra società economica e politica é a tratti simbiotico, nella condivisione di ideali di fondo legati al cooperativismo, che se da una parte sono stati virtuosi in un quadro generale rispetto ad altre Regioni, dall'altra, manifestano limiti di pseudo monopolio e creazione di
gruppi di influenza in grado di fare o non fare emergere una produzione culturale degna di in città,

Si assiste inoltre a una grande influenze delle Fondazioni bancarie, e di pochi altri portatori d'interesse. Di fondo anche in questo segmento la città sembra avere un'accezione conservatrice.


Cultura Net. Formazione e produzione in link

Le potenzialità che l’ambiente culturale bolognese raccoglie in se, sono potenzialità che, se messe in rete potrebbero generare produzioni culturali significative. Tale pratica net é scarsamente diffusa in città, perché le istituzioni culturali che hanno in mano le redini della produzione, sono spesso eccessivamente autonome e auto referenziate, poco incentivate al coinvolgimento in rete, tese ad
avere una visione del settore, ti tipo verticale ente pubblico - ente culturale - pubblico, che di tipo orizzontale, rapporti tra enti culturali, ottica condivisa nel proporsi agli enti pubblici di riferimento e al pubblico stesso.

I problemi sono riscontrabili in più segmenti, e sono per lo più problemi di sistema, mancano collegamenti sufficientemente consistenti, tra le varie realtà produttive, tra gli enti di produzione e quelli di formazione, tra gli enti di formazione e i centri di circolazione del sapere critico, associazioni studentesche e di settore.

Vi è inoltre una cronica mancanza degli spazi atti alla produzione, che servirebbero a dare respiro a sperimentazioni e piccole produzioni da parte delle di gruppi d’interesse o scuole formative, che in mancanza di risorse dirette, chiedono accesso ai mezzi di produzione. Tutte le grandi realtà teatrali o cinematografiche italiane o estere, hanno spesso alle spalle riconosciuti e invidiati centri di formazione, dove questa stessa si fa produttiva, è stato così per il Centro sperimentale per la cinematografia di Roma, e Cinecittà, per l’accademia Paolo Grassi e Il Piccolo teatro di Milano, si pensi all’Actor Studio di New York ecc.
Formazione di qualità quale motore per la spinta verso l’alto della produzione culturale, focalizzando e ottimizzando le risorse umane e finanziarie, mobili e immobili, al raggiungimento di obbiettivi qualitativi non quantitativi.

 Riuscire a parlarne sarà già un successo.

mercoledì 6 novembre 2013

Assemblea Pubblica ovvero l'antitesi di un bluff

Per la volta ennesima e ormai con una totale apatia che mi circonda, ho assistito a un'assemblea pubblica e di partito del quale tra l'altro sono iscritto. Non che mi aspetti che con il termine assemblea ci si possa riferire a un momento di apertura e inclusione, di ascolti del Partito e dei suoi organi, non che mi aspetti che con il termine pubblica si dia lo spazio di interventi al pubblico e ai partecipanti pur numerosi presenti in sala, almeno nella prima mezz'ora. Non siamo mica un collettivo, che da spazio ai vari studenti e cittadini, questa non é un'assemblea sindacale dove possono parlare anche i lavoratori, questa é un'assemblea pubblica di partito per giunta precongresuale. Un sorta di rito consacrato all'altare di Santo Stefano, dove gli interventi sono già preconfezionati, chiusi negli orticelli delle tematiche e dei generi dei nomi e delle referenze, una passerella pseudo-retorica, nella quale non c'è nessun incontro ne tantomeno scontro dialettico, nella quale mille parole servono per non dire assolutamente nulla. Una sorta sottile normalizzazione delle differenze, e un ingessamento di modi e tempi, per il quale, anche quei pochi illusi, ostinati, che avevano chiesto la parola in un fuori programma non precisato, messi in coda agli innumerevoli interventi rigorosamente pre-incasellati, alla fine non interverranno per questioni di tempo. É colpa del tempo sia chiaro, la sala chiude, maledetto tempo!
Risultato, già dopo i primi 10 min la sala é distratta, i relatori (perché questo sono gli interventi) parlano a se stessi e a una percentuale del 5% dei presenti, gli altri parlano di altro fumano, criticano l'organizzazione, parlano di cosa fare in futuro, e per lo più portano tra le sedie della sala, quel dibattito che dovrebbe essere portato aventi dall'assemblea, insomma tutto fanno meno che ascoltare la liturgia di una politica stucchevole auto referenziata,  di una para-burocrazia grottesca e congelata, tesa alla conservazione di nomi e ruoli, non disposta neanche davanti all'evidenza a un gattopardismo che forse gli sarebbe più d'aiuto, concentrata invece sull'instaurazuone di espedienti formali tipo assemblee bluff, nella speranza che si possa così continuare a tempo indeterminato. 

Vi é più che tra i tanti sconcerti non emerga in modo palesato una posizione di critica se non della ragion pura - libera cioè  dal pregiudizio - neanche del giudizio - teso a riflettere nel mondo la nostra posizione interiore - . In breve si tace, per opportunità o per calcolo, - non sia mai che si pensi che io... -.

Il niente del Sorrentino della "Grande bellezza" é sicuramente più interessante, per questo e di questo passo,  la prossima volta molta gente nel migliore dei casi andrà al cinema.  

lunedì 21 ottobre 2013

Prezzo e Valore della Cultura


I lavoratori del Teatro Comunale di Bologna 19/10/2013

La sensazione di lavorare in uno stato di totale precarietà, non ha mai abbandonato i lavoratori della cultura, come sentirsi usurpatori e opportunisti in un mondo che qualcuno addita come privilegiato, senza di questi privilegi avvertirne la consistenza, tantomeno la sicurezza, come sentirsi parte della storia in una nave che lentamente affonda e imbocca acqua, e tutti lì a sfangare secchiate per recuperare tempo, in una frenesia ostinata e fatalista al contempo, come combattere con le grandi pale dei mulini per rendersi conto che non sono mulini, ma è la realtà che ti scaraventa addosso la sua cruda forza.
Ministro Bray con Matteo Renzi
"Diamo valore alla cultura" è la nostra lotta, quella di oggi, perché tante finora ne abbiamo fatto per rimanere a galla, con altri nomi, altre vicende, ma con lo stesso presupposto, evitare il rischio di estinzione per la Cultura musicale e teatrale "in questo benedetto assurdo bel Paese". La parola che più denota l'attuale e in larga parte condivisibile legge 112 ex decreto "Il valore della Cultura" a firma (almeno per l'art. 11 Comma 1) Bray/Renzi è la stessa che noi rilanciamo in "Diamo Valore alla Cultura" e cioè la parola "Valore".

In altri tempi e con altre classi dirigenti, avremmo affrontato la questione nei termini posti dal Guy Debord de "La società dello  spettacolo" e cioè sulla differenza tra "prezzo" e "valore", con una critica incisiva al sistema di produzione culturale, e alla degenerazione decadente che porta l'assimilazione dell'uno con l'altro, in tempi dove lo si poteva ancora fare... Ma oggi, nonostante il Debord di cui sopra sia assegnato a tutti i programmi universitari di quelle false discipline che vanno sotto il nome di Scienze delle Comunicazione, oggi si fa fatica a parlare di cultura e riconoscerla in quanto tale, si fa fatica a capirne i cardini e lo scopo sociale, storico, civile, politico, in una parola... culturale. Quando non svilita a prodotto di avanspettacolo, a genere atto al divertimento, a passatempo, a svago, a effimero usa e getta, alla sua matrice meramente spettacolare, quando non attaccata in quanto sperpero di risorse sacrificate al consenso popolare o meglio populista, del tribalismo etnico religioso di turno, quando non additata in quanto problema per l'aumento delle accise sui carburanti, nel migliore dei casi su esposti, la si giustifica legandola indissolubilmente alla parola Welfare. Non starò a soffermarmi sull'associazione retorica quanto pressapochista delle due parole, a quanto questa assimilazione sia abusata e svuotata, a quanto difensiva sia la prospettiva di tale associazione, a quanto debole sia il giustificare l'una con l'altra. Si è passati dalle eccessi del positivismo russo,  della rivoluzione culturale, nel dare risalto e valore alla cultura, al doverne difendere il valore nella società dello spettacolo.  Oggi sembra che la Cultura non possa avere un'autonomia propria, che viva e possa sopravvivere solo se legata al turismo, al welfare, al marketing e a infinite chiacchiere di contorno, da parte di speculatori e giannizzeri vari.
Polverini-Nicosia-Nastasi

In balia di eccessi di egocentrismo, e condannati alla distribuzione perenne dell'industria dello spettacolo, inseguiamo gli assessori pop, i direttori artistici inebriati dal loro ego, e una politica da p minuscola insediata in ogni dove.
Dalla Rai alle fondazioni culturali insediate sul territorio italiano, il sistema di welfare/polick si inserisce nei Cda, lottizzandoli dalla prima costituzione, il più delle nomine di dirigenti direttori artistici e affini è a discrezione di persone che non per forza, a volte per niente, conoscono l'istituzione che andranno a governare, le nomine dunque per motivi di delega tout court da parte dei politici, sono sempre le stesse che circuitano e vanno da teatro a teatro, molto più delle produzioni che invece si vorrebbe far circuitare con la legge 112,  i registi, i cantanti, gli scenografi, i direttori d'orchestra, i solisti, sono al loro volta legati a questo circolo, ermetico, conservatore, costoso e spesso fallimentare.
L'economia della cultura è molto spesso gestita allo stesso modo, i cosiddetti privati che dovrebbero investire in cultura difatti non esistono, né sono mai esistiti,  sono un invenzione auto-giustificante della classe politica degli anni novanta, che nel privatizzare grosse fette dello stato industriale e dei servizi, ha privatizzato anche il settore culturale, facendo danni irreparabili e quantificabili in debito. Non starò qui a dirvi a quanto mld€ ammonti il debito di Alitalia, ne tantomeno a piegarvi come la Telecom sia passata da essere la più grande azienda di telecomunicazione europea quando era Sip a titolo spazzatura oggi. Quello che posso dirvi è che il patrimonio dei teatri lirici italiani oggi ha più di 350mln€ di debiti, il patrimonio museale e quello monumentale non è messo meglio, d'altronde basta guardarlo.
Il disimpegno del pubblico nei finanziamenti al comparto dagli ani '90 ad oggi è stato lento graduale e inesorabile, il privato non è mai subentrato, gli unici privati a subentrare sono state le banche a mezzo delle Fondazioni bancarie, creando un binomio di cui oggi vediamo i frutti.
La storia delle Fondazioni è una storia a se, e più che delle fondazioni lirico-sinfoniche forse sarebbe il caso di parlare delle fondazioni bancarie, per capire il perché oggi molti teatri sono in perenne sbilancio, anche di questo parla la legge 112, e mentre sono qui a cercare fino in fondo il senso della parola anatocismo, mi rendo conto che per l'ennesima volta, il problema per i teatri, sono i dipendenti.

Il problema suona sulle corde di violino, nei pizzicati delle arpe, negli ottoni e nelle percussioni, il problema è nella sacca del martello dei macchinisti, nei pennelli degli scenografi, nei contrappesi del palcoscenico come nei leggi della buca, nelle penne degli impiegati, nei proiettori e nel consolle degli elettricisti, nei mixer dei fonici, nelle scarpe dei calzolai e nelle forbici delle sarte, il problema è nelle persone che rappresentano da 500 e più anni mestieri e professioni esportate in tutto il mondo, e che oggi rappresentano il prodotto principale della produzione culturale  il problema non è nel teatro, il problema è il teatro.



Il problema non è il prezzo... ma il valore !



Maurizio Tarantino








sabato 5 ottobre 2013

Indebito

Posso dire che mi sarei aspettato di più? Si, credo di poterlo dire. Ieri sera al festival dell'internazionale a Ferrara, come ogni anno mi sono concesso un documentario. Questo festival sul piano di prime visioni di documentari e film, é stato sempre molto interessante, qui nel 2010, vidi il bellissimo Persepolis della fumettista iraniana Marjae Satrapi, qui ho visto documentari fenomenali, sconosciuti al grande ma anche al piccolo pubblico e destinati a rimanere tali, documentari in grado di creare interesse senza annoiare che andrebbero distribuiti anche nel main stream, ma che solo alcune realtà interessanti  ripropongono ( come il Kinodromo a Bologna). D'altronde il nostro é un paese superficialotto e il documentario non é mai stato visto come un prodotto degno di attenzione.
Visti dunque i precedenti va da se che ieri sera con le giuste aspettative, sono andato a vedermi l'ultima creazione del giovane regista Andrea Segre, commissionato, voluto e interpretato da Vinicio Capossela. Il documentario "Indebito" presentato al festival di Locarno, prodotto da Jole film in collaborazione con Rai Cinema, é una sorta di documento musicale, sul genere di "The blues" la serie di 7 documentari sulla storia del blues curata da illustri registi, porto un ottimo ricordo di quello di Scorzese "Dal Mali al Mississipi".  Fin qui tutto fila, Indebito é un ottimo documentario di genere. Il punto é che la centralità del documentario, non é la musica, almeno, non nella presentazione dello stesso, n'è tantomeno nella impostazione di marketing editoriale con il quale il documentario é stato presentato al pubblico. La centralità del documentario é di fatti la Grecia, ancor più la Grecia della crisi, ancor più la Grecia vilipesa, disonorata, commissariata, privata di una sua identità da un occidente che la riconosce alla stregua di cancro. La Grecia quale emblema della crudeltà del mondo globalizzato, del Wto, degli stinking found, del debito e dell'indebito. Questo é il sottotitolo del documentario, almeno su questo ruota la scelta di farlo in Grecia e soprattutto di farlo ora, e non 5 anni fa, ne tra 10 anni. 

É così  che dopo aver capito cosa é significato per la Grecia ristrutturare il suo debito con gli Swap, dopo aver aver visto un popolo privato dei principali diritti di democrazia con il boicottaggio dei poteri forti dell'Europa nei confronti di un referendum per poter decidere se rimanere o uscire dall'euro, dopo aver condiviso sui miei profili social network per urlarlo a gran voce, che l'assassinio di Pavlos Fyssas il rapper greco antifascista non poteva passare in sordina in Europa, perché ucciso dal gruppo neo-nazista Alba Dorata, oggi presente in parlamento ad Atene, dopo tutto questo, le mie aspettative sul documentario di Segre era di tutt'altra portata. Seppur non ami i suoi lungometraggi nei quali si é cimentato negli ultimi anni, molto mi sono piaciuti documentari come "Il sangue verde" o "Mare chiuso" documentari che esaminavano le tematiche scottanti della tratta di vite umane, della clandestinità delle nuove schiavitù.

 Indebito invece é un violoncello che suona la melanconia di un mondo congelato, la riscoperta del Rebetiko musica di immigrati di frontiera, fatta di canzoni d'amore e ribellione, di storie sottoproletarie intonate in canti quasi gregoriani, accompagnati da strumenti quali il Bouzoky o il Baglams con il quale Capossella gira per le strade di un Atene fantasma. L'intento é nobile e il risultato appassionante anche se lungo e ripetitivo, ma le aspettative sono tradite. La musica che in Grecia si oppone é in guerra con Alba dorata, e gira sui piatti di un dj, i writers e i graffiti di cui Atene é ormai piena, sono in prima linea contro le angherie della Troika, c'è un popolo che disperatamente cerca di farsi ascoltare, e non con le canzoni popolari degli anni '30. Atene merita attenzione, non le romantiche dediche di un artista che si pone per differenza.  Il documentario é d'autore, ma i personaggi e il popolo che rappresenta ne sono disperatamente in cerca. 

sabato 31 agosto 2013

Vendono la terra sotto ai piedi

Assisto ogni anno, a un graduale mutamento lento inesorabile e incontrovertibile, delle terre del Sud, e in special modo del Salento. Avvezzo a girare in lungo  e in largo questi luoghi fin da adolescente, quando in vespa i litorali scorrevano lisci come il vento sulle spalle ustionate, avvezzo a intenderli come miei, come qualcosa di cui faccio parte, come qualcosa di insito ormai nel mio dna, avendoli visti selvaggi, genuini incontaminati e accessibili, imperbi e scomodi, quanto naturali e accoglienti, avendo gustato il sapore dello iodio bruciato dal sole, lontano dai rumori e dagli umori cittadini, essendomi tuffato da 20 metri d'altezza in una giornata di sega a scuola sulle scogliere di Otranto, avendo fatto decine di enormi salti dalle alte dune di Torre Dell'Orso fin sotto la sabbia,  avendo esplorato con una maschera e un cannolo le spiaggia sotterranee della Poesia di Roca Vecchia, e sempre qui aver fatto scalate degne di un free rider per raggiungere gli isolotti delle false torri saracene, in mezzo al mare, per scoprirne nei fondali le tombe messapiche, dopo aver vissuto intensamente le pinete come vive, e aver organizzato e partecipato a decine di dance hall pirata nella notte fino al mattino, dopo aver vissuto, urlato, scappato, litigato, ballato, dormito, amoreggiato, dopo essermi picchiato, caduto e rialzato, in quei luoghi,oggi faccio molta fatica.

Fatica a concepire il nuovo che avanza e detta nuove leggi e codici ai luoghi ai territori alla cultura stessa di questi posti.



E non é per non voler comprendere la sacrale importanza dell'indotto turistico, non é per non rendermi conto che 8 mln di turisti l'anno generano 5 mld di giro d'affari per il Salento ogni anno, non é che sia totalmente stupido a non sapere che insomma "di sicuro la sopra qualcuno ti ama" e che quindi bisogna essere ottimista, positivista, a tratti evoluzionista e giustificare ogni qual cosa che il Dio sviluppo ci propinqua, non nego che un Salento alla Briatore non abbia una remota eppur desiderabile attrazione per il mio essere animalesco e pulsionale, nel volermi immaginare in una societá effimera e regina della notte e del non giorno, non é che non sappia che insomma "s'ave mangiare pure quai"!

É solo che quando vedo, vivo o penso alle fasi evolutive, mi ritorna sempre in mente il paragrafetto di un libro che mi é rimasto molto impresso, "Scritti corsari", sul concetto di "sviluppo senza progresso" Pier Paolo Pasolini. 
Non starò a fare la manfrine su quanto lo sviluppo sia di destra o il progresso sia di sinistra, su quanto i due termini apparentemente sinonimi, siano in verità contrari, ma d'altro canto, non posso neanche non rilevare, quanto i modelli fallimentari e gli errori del passato, nono sano mai in grado di insegnare al futuro cosa fare e non fare. Cosa sia stato giusto e cosa invece sbagliato. Dunque se penso agli anni '60 in cui una società fondamentamete ignara e proveniente dalle terre aride o paludose della campagna, si accinge a scoprire l'esistenza della villeggiatura, e il motore dello sviluppo romba a pieni giri, e nonostante le digressioni e le invettive di Pasolini sul Corrire della Sera, a Ravenne si costruisce Lido Adriano, su uno sky line di svariati km di palazzoni di 15 piani stagliati sulla spiaggia, la stessa lido Adrinao che oggi è nella sua metafisica esistenza, abitata dalla sotto- borghesia urbana, del basso ferrarese, e dalle centinaia di extracomunitari, che magari la usano come centrale di smistamento, rendendola di fatto un ghetto. Altri e ben più notevoli scempi furono fatti con il villaggio Coppola di Caserta, con gli eco mostri di Bari, con il passaggio di una strada intera nella spaiaggia gallipolina di San Giovanni, esperienze disastrose, fallimenti totali e devastanti, come la scelta di impiantare lo stabilimento Marcegaglia in pieno litorale ravennate, in una delle zone più interessanti per natura e storia di tutta la penisola, non parliamo poi delll'Ilva  ne tantomeno degli stabilimenti ENI a Gela Sicilia. Non parliamo della Calabria, e di tutti i paesi doppi del suo litorale ionico, Bova e Bova vecchia, Ferruzzano e Ferruzzano vecchia, in cui il vecchia, sta per pase di montagna abbandonaro, in genere abitato da una decina di vecchietti caparbi, e il nuovo é invece uno scempio di speculazionene edilizia sulla costa, daltronde ilprimo é stato lo stato, a far passare ferrovie e autostrade a poche centinaia di metri dalla costa, il resto lo hanno fatto le amministrazioni locali totalmente inadatte ad amministrareil territorio.
Taranto vecchia, é un enorme e affasciannte centro storico abbandonato, dove le case e i palazzi siano essi nobili o popolari, siano del clero o dei pescatori, sono grossi contenitori vuoti senza finestre, nessuno si azzarda a ristrutturarli, arendere vivo questo grande insediamento storico immerso nel golfo. L'industrializazione della cittá ha creato ghetti dormitorio, come il quartiere tamburi o Taranto 2 , case con servizi igenici, che hanno fatto si che il centro, si sia svuotato innpoche decine di anni pasando da 27000 a 1500 abitanti. Gran parte del nostro patrimonio paesaggistico, é di fatto irrecuperabile. Ma voglio sforzarmi e pensare che come i tossici degli anni '80 non avevano coscienza che di eroina si moriva, perché erano i primi a sperimentar la in massa, così la società degli anni sessanta non sapeva quale che faceva, pochi intellettuali non facevano abbastanza rumore, e "Le mani sulla città" di Francesco Rosi, davano appena un allarme in una società troppo indaffarata a guardarsi allo specchio.

Mi chiedo invece oggi, e lo chiedo a tutti, sindaci e politici, giornalisti locali e amministratori della pubblica e sottolineo pubblica amministrazione, un amministrazione che per alcuni Comuni del Salento come Meledugno, Nardó, Otranto, Gallipoli, vuol dire amministrazione di un bene comune, un bene dei cittadini nati e cresciuti in questi luoghi, un bene per le generazioni future, mi chiedo dunque, come vogliano gestire questo bene, dopo tutta l'esperienza pregressa, senza cadere nel grave errore di assegnarne la gestione al libero mercato. Mentre si parla di creare nuovi villaggi vacanze a Porto Selavggio, zona naturale protetta, mentre a Porto Miggiano hanno di fatto tagliato un'intera pezzo di scogliera, per farne una spiaggia, e sopra al mare, si sia costruito un enorme restor di lusso, con tanto di piscine e terrazze sul mare, mentre scendo le altissime e nuovissime scalinate che portano agli scogli, mi chiedo, cosa succederà se l'anno prossimo per fare il bagno al mare dove sono nato, mi toccherà pagare 20 € al giorno, come é già successo nella spiaggia di Torre dell'Orso ormai totalmente assegnata ai gestori di bagni a pagamento, nella scogliera della Casa Matta ad Otranto,
ogni anno un pezzo di spiaggia, di scogliera, viene tolta ai cittadini e messa a pagamento. Tale business dei litorali salentini, non é poi così lungimirante, di fatto molti ristoranti e discoteche e bagni, sono in mano a pochi grossi impresari, e il cospicuo indotto del turismo vacanziero, non va poi ad arricchire la popolazione locale, ma i pochi magnati del divertimento e dello svago. Le amministrazioni, i giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno, non fanno altro che fare un grande balletto del si del forse quasi mai di un chiaro no, per legittimare la privatizzazione dei litorali. Mi chiedo se il turismo voglia dire tutto ciò o se invece debba essere usato un modello più equo e sostenibile, più partecipato, e nell'atto decisionale, e nell'atto economico. Fare una nuova copia del litorale romagnolo o cercare il vippismo delle coste sarde non é la soluzione! E' il problema!

Maurizio Tarantino